Prima di imparare un rituale, tracciare un cerchio o studiare le corrispondenze dei pianeti, il neofita deve affrontare uno strumento molto più difficile da governare: la propria mente.
È facile immaginare che la magia cominci con formule, simboli e gesti. In realtà, nella tradizione rappresentata da Éliphas Lévi, essa comincia molto prima: dalla capacità dell’operatore di governare la propria volontà e la propria immaginazione.
Per Lévi, infatti, l’immaginazione non è la semplice fantasia. Non significa inventare mondi inesistenti o abbandonarsi alle fantasticherie. È la facoltà attraverso cui un’idea acquista una forma interiore. La volontà stabilisce una direzione; l’immaginazione le dà un’immagine.
Il problema è che questa facoltà opera anche quando non la controlliamo.
Una paura genera immagini. Un desiderio genera immagini. Un’aspettativa modifica ciò che notiamo. Una convinzione determina ciò che consideriamo possibile e impossibile. Molto prima di tentare di agire magicamente sul mondo, quindi, siamo già continuamente influenzati dalle rappresentazioni che produciamo.
Per questo Lévi insiste tanto sul dominio di sé. Chi non governa la propria immaginazione ne viene governato.
Il mago non dovrebbe essere colui che crede a qualsiasi cosa. Al contrario, dovrebbe diventare qualcuno capace di produrre, sostenere e dirigere consapevolmente immagini e stati interiori senza esserne travolto.
Più di un secolo dopo, in un contesto completamente diverso, Robert Anton Wilson affronta un problema sorprendentemente simile.
In Prometheus Rising, Wilson sostiene che nessuno di noi percepisce la realtà in maniera completamente neutrale. Il sistema nervoso seleziona, interpreta e organizza continuamente le informazioni che riceve. Educazione, linguaggio, cultura, esperienze precedenti, aspettative e condizionamenti contribuiscono così alla costruzione di ciò che Wilson chiama reality tunnel, il nostro “tunnel di realtà”.
Noi non vediamo semplicemente il mondo.
Vediamo un modello del mondo.
E normalmente commettiamo un errore fondamentale: dimentichiamo che si tratta di un modello.
Se una persona è convinta che il mondo sia ostile, noterà con particolare facilità ciò che conferma questa convinzione. Se cambia il proprio sistema interpretativo, comincerà a notare elementi differenti. Questo non significa che possa creare arbitrariamente qualsiasi realtà desideri. Significa qualcosa di più sottile: l’esperienza che facciamo del mondo dipende anche dagli strumenti con cui lo osserviamo.
Da qui nasce una delle lezioni fondamentali di Wilson: la mappa non è il territorio.
Una teoria non è la realtà. Una religione non è la realtà. Un sistema esoterico non è la realtà. Persino ciò che pensiamo di essere non coincide necessariamente con tutto ciò che potremmo essere.
Sono mappe.
Alcune possono essere straordinariamente utili. Ma una mappa diventa una prigione nel momento in cui dimentichiamo che è una mappa.
Dal programma al programmatore
Qui Wilson diventa particolarmente prezioso per chi si avvicina alla magia.
Normalmente siamo il risultato di innumerevoli programmi acquisiti: abitudini, associazioni, paure, categorie linguistiche, convinzioni ricevute dall’ambiente. Wilson invita progressivamente l’individuo a osservare questi programmi dall’esterno.
Il passaggio fondamentale è quello dal programma al programmatore.
Non significa diventare onnipotenti. Significa acquistare una certa libertà nei confronti dei propri automatismi.
Posso riconoscere una convinzione senza identificarmi completamente con essa.
Posso assumere temporaneamente una prospettiva differente e osservare che cosa cambia.
Posso utilizzare un sistema simbolico senza dover immediatamente dichiarare che esso rappresenti la struttura definitiva dell’universo.
Ed è precisamente qui che Wilson e Lévi possono essere messi in dialogo.
Per Lévi, l’operatore deve imparare a dirigere l’immaginazione mediante la volontà.
Per Wilson, l’individuo deve imparare a riconoscere e modificare i programmi attraverso cui costruisce la propria esperienza.
In entrambi i casi avviene lo stesso passaggio fondamentale:
da una mente che subisce le proprie rappresentazioni a una mente capace di osservarle e dirigerle.
Il simbolo come strumento
Questo principio diventa essenziale quando entreranno in scena gli strumenti propriamente magici.
Un pentagramma, un pianeta, un arcano dei Tarocchi, un nome divino o una corrispondenza elementale non sono soltanto informazioni da memorizzare. Sono strutture simboliche capaci di organizzare l’immaginazione.
Lévi attribuisce a questa operazione una portata metafisica precisa: attraverso l’immaginazione e la volontà, il mago opererebbe sulla Luce Astrale, il grande medium plastico che, nel suo sistema occultistico, collega mente, immagini e mondo.
Wilson non ci obbliga ad accettare questa spiegazione.
Ci insegna invece qualcosa che può precedere la domanda sulla sua verità: entrare consapevolmente in un sistema di rappresentazioni, utilizzarlo e poi essere ancora capaci di uscirne.
Questa capacità è fondamentale.
Il neofita tende infatti a domandare: “Qual è il sistema vero?”
Il praticante più maturo impara gradualmente a formulare una domanda migliore:
“Che cosa mi permette di vedere e di fare questo sistema?”
Non è relativismo assoluto. Alcune affermazioni possono essere false, alcune interpretazioni incoerenti e alcune pratiche inefficaci. Significa semplicemente non confondere mai lo strumento attraverso cui osserviamo qualcosa con la cosa stessa.
La prima disciplina del mago
Possiamo allora formulare un primo principio operativo:
Prima di tentare di modificare qualcosa attraverso la magia, impara a osservare ciò che modifica te.
Osserva quali immagini producono paura.
Osserva quali parole determinano automaticamente le tue interpretazioni.
Osserva quali convinzioni consideri fatti soltanto perché le hai ripetute abbastanza a lungo.
Osserva quali simboli modificano il tuo stato interiore.
E soprattutto impara a distinguere tra percepire qualcosa e interpretare ciò che hai percepito.
Lévi chiamerebbe questo lavoro dominio della volontà e dell’immaginazione.
Wilson parlerebbe di riconoscimento e metaprogrammazione dei propri tunnel di realtà.
Le loro spiegazioni ultime sono profondamente differenti. Non dobbiamo nasconderlo. Lévi costruisce una metafisica della magia; Wilson costruisce soprattutto strumenti per mettere in discussione i nostri modelli neurologici e culturali.
Ma proprio per questo possono essere studiati insieme.
Lévi ci insegna a prendere sul serio il potere operativo dell’immaginazione.
Wilson ci insegna a diffidare dell’immaginazione quando pretende di essere diventata realtà oggettiva.
Fra questi due poli può cominciare una pratica magica intellettualmente adulta: entrare nel simbolo senza esserne inghiottiti, utilizzare una mappa senza scambiarla per il territorio, esercitare la volontà senza confonderla con l’onnipotenza.
Prima ancora di evocare, consacrare o divinare, dunque, il primo laboratorio del mago è se stesso.
E la prima domanda non è:
“Che cosa devo credere?”
È:
“Chi, dentro di me, sta costruendo ciò che credo?”

